Sulla carta il propano come refrigerante è una storia vecchia di un secolo. Nella pratica quotidiana di chi installa e assiste impianti, il passaggio all’R290 sta introducendo una serie di vincoli operativi che non hanno equivalenti nel mondo HFC, e che raramente vengono discussi con il livello di dettaglio che meritano. Non parliamo di GWP: quello è un numero che ormai conosce anche l’ufficio acquisti. Parliamo di come cambia il modo di brasare, di provare la tenuta, di stoccare e di approvvigionarsi.
Il calendario, in due righe
Il quadro non è più materia di dibattito. Dal 1° gennaio 2025 l’immissione in commercio di apparecchiature di refrigerazione autonome con F-gas a GWP ≥ 150 è vietata (Reg. UE 2024/573, allegato IV, punto 4). Le deroghe temporanee concesse con i regolamenti di esecuzione 2024/3120 e 2025/33 — abbattitori 25–100 kg, gelatiere artigianali oltre 2 kW, produttori di ghiaccio 200–2.000 kg/24h, carrelli di rigenerazione, armadi fermalievitazione, granitori — sono scadute il 30 giugno 2026. Per quelle categorie oggi non esiste più una via d’uscita fluorurata.
Dal 2027 tocca alle pompe di calore monoblocco e ai condizionatori sotto i 12 kW (soglia GWP 150), con transizione completa fissata al 2032. I monosplit sotto i 3 kg viaggiano già sulla soglia 750 dal 2025.
Sul fronte prodotto, la EN IEC 60335-2-89:2022 è armonizzata dal 2 agosto 2023 (Decisione di esecuzione UE 2023/1586). Il limite di carica per i refrigeranti A3 nelle apparecchiature autonome è salito da 150 g a 13 volte l’LFL. Il punto interessante è che questo ha eliminato la necessità della valutazione del rischio caso per caso ex EN 378 per questa famiglia di apparecchi.
494, non 500
Il numero che circola è 500 g. Il numero vero è 494 g, e vale la pena capire da dove esce, perché è la stessa aritmetica che serve poi per dimensionare il locale.
L’LFL del propano è 0,038 kg/m³. Tredici volte fa 0,494 kg. Il vincolo di superficie minima del locale deriva da un quarto dell’LFL moltiplicato per un’altezza convenzionale di 2,2 m:
A_min = m / (2,2 × 0,25 × LFL)
Con carica piena a 494 g servono 23,6 m². Con 153 g ne bastano 7,3. È il calcolo che va fatto prima di proporre al cliente il modello da 500 g per un retrobanco da nove metri quadri, non dopo. Fuori dal perimetro della -2-89 — unità remote, centrali, split — si torna alla EN 378, con la sua logica di classificazione dei locali e le sue soglie diverse.
Termodinamica: cosa restituisce e cosa chiede
Il propano ha una capacità frigorifera volumetrica confrontabile con quella dell’R22, quindi circa un 10% sotto l’R404A a condizioni di media temperatura. Compensa con un COP superiore, temperature di scarico contenute (il che allarga il campo di lavoro utile ai rapporti di compressione alti, tipici del BT) e glide nullo — niente ricarica solo in fase liquida, niente frazionamento in caso di perdita parziale.
Il calore latente è però molto elevato, e la conseguenza pratica è una portata massica bassissima a parità di resa. Da qui le cariche ridotte, ma anche organi di laminazione con orifizi più piccoli e una sensibilità del sistema al surriscaldamento che perdona molto meno.
C’è poi il tema dell’olio, che è quello su cui si inciampa più spesso. Il propano è fortemente solubile negli oli minerali e alchilbenzenici, e discretamente solubile nei POE. Una parte della carica non sta mai nel circuito: sta disciolta nel carter. Questo diluisce la viscosità e — aspetto che ha implicazioni normative dirette — fa parte della carica ai fini del calcolo dei limiti. È il motivo per cui i costruttori di compressori per R290 specificano coppe olio piccole e non gradiscono affatto le aggiunte di olio in campo.
CERCHI UN FORNITORE PER IL GAS R290?
CHIEDICI UN PREVENTIVO GRATUITO!
Il vero collo di bottiglia: la carica è piccola
Qui sta la differenza culturale rispetto all’HFC. Su un circuito da 400 g, una perdita di 40 g è il 10% della carica: prestazioni compromesse, surriscaldamento fuori controllo, e in un’apparecchiatura A3 anche un tema di sicurezza. La stessa fuga su un impianto da 12 kg di R448A sarebbe un’annotazione sul rapportino.
Lo stesso vale per la contaminazione. Con volumi interni così ridotti, la quantità di ossido di rame che una brasatura fatta senza flussaggio riesce a produrre è sufficiente a intasare un capillare o a mandare in blocco una valvola elettronica. La scaglia si stacca settimane dopo, e la chiamata in garanzia arriva quando l’impianto è già consegnato.
Da cui tre impieghi dell’azoto che sull’R290 smettono di essere buona pratica e diventano condizione di funzionamento:
Flussaggio in brasatura.
Portata modesta e continua — indicativamente 3–6 l/min a 0,1–0,3 bar — mantenuta durante tutto il riscaldo e fino al raffreddamento del giunto. Non serve pressione: serve continuità.
Prova di pressione e di tenuta.
Con refrigeranti infiammabili l’aria compressa è esclusa a priori: la miscela aria–propano residuo in un circuito non perfettamente bonificato è esattamente ciò che non si vuole avere sotto pressione. Azoto secco, punto.
Inertizzazione prima dei lavori a caldo.
Ne parliamo tra due paragrafi, ed è il punto su cui si concentrano quasi tutti gli incidenti documentati.
Sul nostro catalogo l’Azoto industriale (99,8%) copre la casistica con il formato da 14 L / 3 m³ per il furgone, i 40 e 50 L per l’officina e i pacchi da 128 e 172 m³ per chi fa produzione o cantieri strutturati. Per applicazioni dove conta il residuo di umidità — circuiti puliti, prove strumentali, ricariche di precisione — si passa alle qualità Alphagaz.
Cercare una fuga senza poter usare il gas di processo
Su un impianto HFC la prassi è pressurizzare con azoto, cercare le bolle, eventualmente rifinire con il cercafughe elettronico a circuito carico. Sull’R290 questo schema salta in due punti.
Primo: il propano refrigerante non è odorizzato. Chi arriva dal mondo GPL dà per scontato di sentire il mercaptano. Non c’è, ed è una assunzione pericolosa da portarsi dietro.
Secondo: molti cercafughe in dotazione — in particolare quelli a diodo riscaldato, nati per i clorofluorurati — non rispondono agli idrocarburi. Servono sensori catalitici (pellistor) o a infrarosso. Vale la pena verificarlo sul proprio strumento prima di scoprirlo in campo.
Resta il problema di fondo: bolle e caduta di pressione individuano perdite nell’ordine di 10⁻³ mbar·l/s. Una micro-fuga a 10⁻⁵ svuota un terzo di una carica da 400 g in un paio di stagioni, e con i metodi tradizionali è invisibile.
La risposta di riferimento è il gas tracciante a idrogeno: miscela azoto 95% / idrogeno 5%. L’idrogeno è la molecola più piccola disponibile, diffonde attraverso difetti che nessun altro gas attraversa, e abbinato a un rivelatore a sniffer porta la sensibilità pratica intorno a 10⁻⁶ mbar·l/s con localizzazione puntuale del difetto. Al 5% la miscela resta fuori dal campo di infiammabilità, quindi si introduce nel circuito, si lavora, si scarica in atmosfera senza vincoli di recupero e senza costi ambientali.
È il compromesso giusto per il campo. Sulla linea di produzione, dove serve un valore di leak rate certificato e ripetibile, si sale all’elio con spettrometro di massa e si guadagnano diversi ordini di grandezza — ma è un altro investimento e un altro contesto.
A catalogo la miscela N₂/H₂ 95-5 esiste in due tagli pensati per usi diversi: Formingas™ in bombola da 11 L (2,1 m³), maneggevole per l’assistenza in campo, e Arcal™ N5-5 da 50 L o in pacco da 160 m³ per l’uso fisso. È lo stesso prodotto che chi fa carpenteria inox usa come gas di backing: se avete già un reparto saldatura, probabilmente è già in casa.
Lavori a caldo: prima la procedura, poi l’attrezzatura
Brasare su un circuito che ha contenuto propano è un’operazione ordinaria, a condizione che l’ordine delle operazioni sia rispettato. Recupero della carica, bonifica del circuito con azoto, verifica strumentale della concentrazione residua con esplosimetro, e solo a quel punto accensione della fiamma. Il flussaggio prosegue durante tutta la brasatura, con doppia funzione: niente ossido interno e niente atmosfera combustibile.
Il punto che vale la pena sottolineare è che il rischio non sta nel cannello. Sta nel saltare la verifica strumentale perché “il circuito è stato aperto un’ora fa e sicuramente si è svuotato”. Il propano è più pesante dell’aria e ristagna nelle zone basse del circuito e del locale.
Detto questo, se si lavora regolarmente in prossimità di refrigeranti infiammabili, lo stato dell’attrezzatura ossigas smette di essere un dettaglio: tubi in gomma conformi EN 559 entro la vita utile, valvole antiritorno di fiamma sia sui riduttori sia in prossimità dell’impugnatura, riduttori con manometri leggibili e membrane integre. È una verifica che costa poco e che in sede di ispezione o di indagine post-evento fa una differenza sostanziale.
R290 non è GPL, e la differenza si vede in compressore
È l’errore di approvvigionamento più costoso in circolazione, e nasce dalla constatazione — corretta — che la molecola è la stessa.
Il propano combustibile è tipicamente all’80–95% di purezza, contiene butano ed etano in proporzioni variabili, è odorizzato con mercaptano, e non ha specifiche stringenti su acqua, zolfo e composti reattivi. L’R290 refrigerante risponde alla AHRI 700 (e alla DIN 8960 in ambito europeo): grado 2.5, purezza ≥ 99,5%, contenuto d’acqua sotto le 10 ppm in fase liquida, assenza di odorizzanti e di residui oleosi.
Le conseguenze del taglio sbagliato sono note e tutte a carico del cliente finale: gli incondensabili alzano la pressione di condensazione e mangiano il COP; l’umidità reagisce con l’olio e forma acidi; il mercaptano attacca il rame e i materiali di tenuta; gli idrocarburi pesanti alterano il comportamento in evaporazione e introducono un glide che il progetto non prevedeva. Su un ermetico da 400 g, ognuno di questi effetti è amplificato dal fatto che non c’è margine.
La verifica è semplice: certificato di analisi, con composizione, incondensabili e residuo. Se il fornitore non lo produce, non state comprando R290.
Un’annotazione sui patentini
Il Reg. 2024/573 ha esteso l’obbligo di certificazione anche a chi interviene su apparecchiature contenenti alternative agli F-gas, refrigeranti naturali compresi. Chi ha costruito la propria posizione sul patentino F-Gas non si trova quindi automaticamente coperto sul lavoro in R290: la formazione specifica sui refrigeranti infiammabili è un requisito a sé, con contenuti su classificazione ATEX delle aree, gestione delle bombole A3 e procedure di bonifica. Vale la pena verificare per tempo lo stato del proprio organico, perché il collo di bottiglia formativo nei prossimi due anni sarà significativo.
In sintesi
Il passaggio all’R290 non richiede attrezzature esotiche. Richiede che tre consumabili che molti tecnici trattano come accessori — azoto per flussaggio e prova, miscela tracciante per la ricerca fughe, propano di grado refrigerante certificato — diventino parte della procedura standard, con la stessa disciplina con cui si tratta il vuoto o il recupero.
Chi ha già impostato il lavoro così sta trovando l’R290 un refrigerante docile. Chi lo affronta con le abitudini maturate su cariche da dodici chili di HFC sta accumulando interventi in garanzia.





